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13/09/2009

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Intervista a Carmine di Giandomenico (1di2)

Esplosiva intervista al disegnatore di BATTLIN'JACK MURDOCK e MAGNETO TESTAMENT!

Possiamo chiederti come stai vivendo, da quotato disegnatore Marvel, l’epocale entrata di Disney nel mondo editoriale della Casa delle Idee?

A dire la verità, trovo positivo questo evento epocale di due universi così diversi che si uniscono, con delle risorse in più a disposizione per entrambi i colossi mondiali della fantasia. E con nuove opportunità di poter creare nuovi personaggi ed eventi con un nuovo marchio editoriale.
Ma allo stesso tempo un po’ mi spaventa per gli effetti che si potrebbero avere in questi mesi a venire, nel resto del mondo, ma soprattutto in Italia. Vedremo cosa accadrà.

Si può vestire un personaggio già noto di un'idea creativa? Entro quali limiti si può innovare la tradizione? Qual è il limite che non si dovrebbe superare?

Ogni personaggio può essere preso e interpretato all’infinito, con idee nuove e fresche per poterlo rigenerare ogni volta.
Un esempio è l’ultima operazione svolta su Spider-man. Che ha riportato Peter Parker ad una nuova giovinezza, ripescandone i sapori e le avventure del periodo di Stan Lee/ Romita.
Personalmente queste operazioni mi piacciono, se fatte con intelligenza e idee creative fresche, ma solo per brevi periodi. Il motivo, ed è il mio personale modo di vedere le cose e non una legge cosmica, è che si rischierebbe di fossilizzare il personaggio, perdendone il percorso evolutivo e rendendolo la caricatura di se stesso, e conseguentemente poco credibile.
Preferisco storie dove il personaggio abbia un inizio e una fine, che possano quindi dare al lettore un tracciato ben definito che conduca ad amarlo fino alla fine. Estremizzare e ripetere all’infinito un personaggio anche ben caratterizzato, rischia di diventare stucchevole e noioso.

Non hai mai nascosto la tua passione per DEVIL, personaggio che a lungo hai desiderato di poter disegnare e che finalmente hai rappresentato in una storia di rara potenza simbolica, BATTLIN' JACK MURDOCK. Cosa significa per te questo personaggio? Perché sei diventato un fan del Diavolo Rosso?

Il personaggio di Devil per me rappresenta tanto, anche la mia vita. Ricordo quando mi sono riavvicinato la prima volta alla lettura di fumetti di Supereroi dopo il periodo della Bunker.
La prima volta che ho letto Devil è stato sotto i dialoghi e disegni di Miller e, per chi come me sognava di disegnare fumetti, è stata una folgore a ciel sereno. Il Devil di Miller è un punto di rottura sulla visione dell’eroe perfetto, trasformato nell’eroe contraddittorio e pieno di problemi con il proprio Io.
Una rottura narrativa nel fumetto di Supereroi che ha forgiato gli anni '80 segnando uno spartiacque epocale, non solo con Miller ma con  altri grandi maestri del fumetto come Moore e Talbot, anche se è bene ricordare che questa nuova linea narrativa era stata già intrapresa e accennata dal un grande maestro Will Eisner.
Una nuova visione noir del genere e nello stesso tempo piena delle contraddizioni psicologiche del personaggio. E proprio questo rinnovamento apportato da Miller, ha fatto sì che io mi innamorassi di Devil alla follia. Come dimenticare l’episodio successivo alla morte di Elektra dal titolo “Roulette”, che è proprio l’esempio migliore per farvi capire cosa intendo dire?
Inoltre il Devil di Miller non ha introdotto solo la rottura narrativa a livello di sceneggiatura, ma anche a livello di Storytelling, dove la sequenzialità delle vignette viene smembrata e ricompattata con l’ aggiunta di movimenti narrativi ripresi dal linguaggio del cinema, e aprendo così una nuova formula per interpretare la pagina a livello visivo.
Da li in poi, mi sono appassionato e ho cercato di recuperare e leggere tutto di Devil, e nello stesso tempo di seguirlo costantemente fino ad oggi. E ho apprezzato molto anche le storie precedenti al periodo Miller, dove ho potuto ammirare i disegni del mio celebre omonimo di nome,  Carmine Infantino, che ha realizzato un ciclo narrativo meraviglioso con una saga dell’Uomo Violetto (Purple Man), saga poi citata e ripresa da Loeb nel volume DEVIL: GIALLO.
In più in Devil rivedo molto parte della mia vita professionale, soprattutto con la grande storia di BORN AGAIN, dove l’uomo viene distrutto, ma poi risorge con più forza e carattere. Cosa che in maniera surreale mi è accaduta professionalmente.
Quindi ho sempre sognato di poter arrivare e a poter toccare quelle corde che appartengono al personaggio di Devil. Come una mia voglia di volerlo ringraziare per quello che ha rappresentato nella mia giovinezza. E il destino mi ha dato una grande mano. Avevo in mente la storia di BATTLIN' JACK MURDOCK da anni, e mi sono sempre chiesto come fosse possibile per un uomo crescere il proprio figlio cieco, tenendolo lontano dalla corruzione della strada. Ma soprattutto per lungo tempo non mi sono spiegato di come, e perché, fosse possibile prendere improvvisamente una decisione così forte come l’andare incontro alla morte senza pensare alle conseguenze che si sarebbero ripercosse poi sul proprio figlio. Cercando proprio di rispondere a questa domanda, e tenendo conto di tutti i tasselli lasciati da Miller, Stan Lee e Loeb,  è nata la mia storia. Ho voluto dare una valenza più forte e decisa alla figura di questo padre che si redime agli occhi del proprio figlio, ma con una motivazione in più.
Durante la realizzazione della storia e della sceneggiatura sono stato seguito dall’editor Simons Warren, che vedendo una storia blindata e definitiva sulle origini del personaggio di Devil, che non avrebbe più dato sbocchi per altri sceneggiatori e disegnatori, ha deciso di inserire nel progetto Zeb Wells, con il quale ho collaborato, per rivedere insieme la trama e ricostruirla secondo dei canoni Marvel prestabiliti e creare nuove porte per nuovi sviluppi. E stata un’avventura che non dimenticherò mai.
 
Quali sono le caratteristiche che secondo te rendono "vincente" una storia di DEVIL?

Credo in parte di aver già risposto a questa domanda involontariamente prima. Ma gli elementi che non devono mancare sono l’atmosfera noir e il tema poliziesco, più il giusto pizzico di contraddizione del personaggio. Ingredienti questi che Brubaker e Bendis sono riusciti a miscelare, creando un nuovo ciclo narrativo che ha rigenerato il personaggio di Devil, facendo rivivere al personaggio strutture narrative semplici del passato come quelle di Stan lee, ma con dialoghi e scansioni temporali moderni.

Nel corso degli anni il tuo stile si è incredibilmente evoluto, passando da un tratto ipercinetico e dinamico a uno più classico, leggermente cartoonistico, che a volte può ricordare quello di Joe Quesada (e spero lo prenderai come un complimento), ma al tempo stesso molto personale. Quali esperienze hanno influenzato questa tua evoluzione?

Cavolo se è un complimento!!! Troppo buono!
Per quanto riguarda il mio modo di disegnare non saprei come descriverlo oggi, nel senso che come tutti ho iniziato a seguire e cercare di catturare le cose che mi piacevano dagli autori americani che attiravano la mia attenzione, ma non solo loro ovviamente, anche autori europei, e italiani.
Dalla miscela di tutti quegli input e influenze, mi sono costruito uno stile diciamo "personale", che chiaramente è stato necessario sottoporre a continua evoluzione, credo anche per la scelta di mettersi sempre a confronto con storie differenti tra loro da illustrare.
Credo che la vera bravura di un disegnatore sia quella di saper adattare il proprio tratto alla trama che deve rappresentare, in modo da mettersi sempre in discussione e cercare nuove strade, o meglio soluzioni che lo portano inevitabilmente ad una crescita grafica graduale.  Le storie che mi hanno fatto crescere sono indubbiamente quelle realizzate in coppia con Alessandro Bilotta.
Ma quelle che mi hanno dato di più sia a livello grafico che personale, sono stati Oudeis la mia prima opera da autore completo, e il Dylan Dog Colorfest n.2, sempre sui testi di Bilotta. Due generi tra loro opposti, che mi hanno fatto ampliare le mie vedute narrative.
Il primo Oudeis è proprio il risultato di un gioco. Ho voluto interpretare l’Odissea omerica in una chiave personale e futuristica, dove vigila il flusso di coscienza del protagonista. E’ stata la mia prima esperienza alla sceneggiatura e mi ha permesso anche di capirmi più a fondo, su quello che mi piacere descrivere e su come amo interpretare certe storie e personaggi. Mentre per il disegno e la struttura narrativa della pagina, ho preso le vignette come dei pezzi di un puzzle, e ho cercato di creare una struttura che mi rappresenti, unendo il linguaggio del cinema, con i suoi movimenti di macchina, a quello del comics, un approccio che si è rivisto in seguito nelle pagine di BATTLIN' JACK MURDOCK.
Mentre per il secondo Dylan Dog ColorFest n.2, grazie alla sua realizzazione ho imparato a conoscere più a fondo la struttura narrativa “classica” ( anche se guardando bene e dopo attento studio, la "gabbia" standard ha dietro un lavoro di bilanciamento dell’immagine e della struttura narrativa molto più innovativa delle vignette sovrapposte ed esplosive) che mi ha fatto imparare nuove formule di narrazione fondamentali per chi poi voglia sperimentare ulteriormente. E ho ripreso questa esperienza e il suo bagaglio proprio nell'illustrare la miniserie di MAGNETO TESTAMENT su testi di Greg Pak.

In precedenti interviste hai paragonato il pantheon dei supereroi a una nuova mitologia, e i loro fumetti all’epica moderna. Se lo scopo di Omero era di creare e propagandare un corpus di valori e di ideali codificati da una civiltà, quale compito spetta agli autori di fumetti?

Lo stesso identico compito che ha svolto Omero. Certo ognuno con obiettivi comunicativi differenti tra essi, ma tutti con uno scopo comune, quello di far sognare i ragazzi e fargli vivere avventure e mondi fantastici.
Non a caso proprio come Omero che ha utilizzato la figura degli dei per raccontare le debolezze umane, e lo spaccato politico e sociale del periodo storico in cui essi vivono, anche nel mondo dei Supereroi, oggi gli autori che ne sviluppano le avventure, sono soggetti proprio allo stesso lavoro fatto dal cantastorie greco. Esistono delle leggi e degli avvenimenti attuali che influenzano le trame, e le scelte dei personaggi supereroistici, ma con la peculiarità di renderli immortali nelle loro gesta.
E anche nella loro struttura fisica disegnata i Supereroi sono rappresentati in maniera possente, volti decisi e occhi penetranti, fisici perfetti, proprio come i bronzi e le statue greche che rappresentano i loro miti.
Inoltre è anche evidente di come la struttura narrativa dell’Odissea di Omero sia stata clonata fino ai giorni nostri, attraverso mille storie illustrate con personaggi differenti. Ma ognuno con la stessa valenza dei personaggi dell’Odissea. Ogni personaggio attuale ha una prova da superare, uno scopo da raggiungere, e durante il suo percorso si ritrova ad affrontare il proprio Ciclope, titano, dio avverso, è ammaliato e confuso dalla Circe di turno, tutte figure narrative essenziali per impedirgli il percorso che il nostro eroe deve svolgere. E ogni Supereroe, proprio come Ulisse, ha sempre una Penelope da raggiungere o salvare. Il Supereroe o un personaggio qualsiasi del mondo dei fumetti deve sempre partire da un punto A per arrivare ad un punto B, e lungo questa strada deve scegliere fra tanti bivi e superare tante intemperie, che in fine lo porteranno comunque al punto prestabilito ma con un grado di maturazione diverso. Spero che questo fiume di parole sia servito a qualcosa e che sia chiaro quello che volevo scrivere…

Fine prima parte.

Intervista raccolta da Marco Cecini.

Alcune immagini:


 

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