ELFEN LIED
Da Elena Zanzi, Su 10/06/12 23.08
La prima sensazione che si prova leggendo Elfen Lied, opera in dodici volumi di Lynn Okamoto in uscita a luglio, è l’inquietudine che nasce dal contrasto tra lo stile di disegno della copertina, che ci presenta un personaggio femminile dal volto dolce, i grandi occhi e lineamenti delicati, con quel tocco di innocenza infantile che contraddistingue lo stile moe, e gli orrori in cui questo personaggio si trova coinvolto. Perché la ragazza raffigurata è Lucy, una creatura sanguinaria che non esita a decapitare di netto un essere umano. Ma è anche Nyu, una fanciulla dolce che non farebbe del male neanche a una mosca. Cosa si nasconde dietro a questa contraddizione?
Al centro della storia c’è la razza chiamata Diclonius, una mutazione della razza umana che rischia di causare l’estinzione dell’homo sapiens. La prima rappresentante di questa razza è proprio la protagonista, rinchiusa in un laboratorio e vittima di terribili esperimenti, una creatura temuta e studiata perché non solo è una mutante ma anche in grado di riprodursi. Un giorno riesce a evadere dal posto in cui la tengono segregata ed è da questo momento che la storia prende il via…
Nel manga di Lynn Okamoto si intrecciano numerose tematiche. Il delicato problema della coesistenza tra razze diverse, il rapporto tra la violenza come tratto genetico e la violenza come tratto acquisito a causa delle persecuzioni subite, il terrore nei confronti del nuovo, l’odio cieco, l’amore e il perdono. E, alla base di tutto, una delle prime e fondamentali caratteristiche dell’animo umano: la paura della solitudine, il desiderio di calore, la necessità di sentirsi accettati e avere un proprio posto nel mondo. Perché, come lessi un tempo in un saggio di psicologia, una caratteristica delle persone è creare dentro di sé maschere su maschere, nascondendo un’emozione con un’altra, e poi un’altra ancora, al punto che questo processo, acquisito nell’infanzia, diventa talmente automatico e inconscio che non riusciamo più a comprendere qual è l’emozione originaria. Eppure, a volte, la risposta è molto semplice. Più semplice di quello che crediamo e allo stesso tempo così complicata da trovare e accettare.